CASERTA – Ulisse è tornato. È tornato ad Itaca. È tornato davvero, non è più racconto, non è più leggenda. Venti anni. Da questa premessa comincia Di un Ulisse, di una Penelope di Marilena Lucente, uno spettacolo di Roberto Solofria in scena da ieri e fino a domani sera al Teatro Civico 14, presso lo Spazio X a Caserta.

Itaca è un’isola, circondata dal mare. Gli isolani sono isolati ed assediati, insieme. Lontani da tutto e prigionieri in casa propria. Così è Penelope, la regina di Itaca. La ragazza, ormai donna, che Ulisse ha lasciato venti anni fa. Penelope è isolata, cerca memorie di Ulisse, cerca racconti di Ulisse, interroga le stelle, gli indovini, il mare. Penelope cerca Ulisse, la sua carne, il suo profumo, si tuffa negli abiti del lontano marito per sentirne il profumo quando la notte la assedia con i sospiri delle ancelle che si scambiano l’amore con i Proci.

Itaca è una pietra conficcata nel cuore, lo ripete Ulisse ad inizio spettacolo, lo ripete continuamente, è una nenia che, però, non fa addormentare, che non dà pace a Ulisse nemmeno quando ad Itaca è giunto.

In scena c’è l’acqua, acqua che schizza, acqua che lava, acqua che avvicina e che allontana. La macchina scenica di Antonio Buonocore è una torre percorsa da ogni lato, dai merli alle segrete, tavolo, letto, riva, sala e nave di una storia in cento luoghi che si ritrova in un quadrato tra le seduzioni del mare e delle musiche di Paky Di Maio.

Di un Ulisse, di una Penelope è uno spettacolo crudo, fisico, carnale. Intenso come il profumo della pelle, drammatico come la distanza che l’amore costruisce tra due cuori lontani. È lo spettacolo dell’attesa – «attendere è più che amare» dirà Penelope – e del riconoscimento, della vendetta e della speranza.

In scena ci sono il già citato Roberto Solofria ed Ilaria Delli Paoli, un Ulisse ed una Penelope, un uomo ed una donna, lontani dal mito e dalla leggenda, due innamorati distanti venti anni dal loro ultimo bacio. Da un lato c’è la guerra, ci sono le cicatrici, dall’altro c’è l’attesa, l’insidia dei Proci, l’inganno della tela tessuta di giorno e disfatta di notte. L’Ulisse dal multiforme ingegno di scontra con la Penelope dalla multiforme attesa.

In scena non c’è la storia omerica, ma il dramma di un uomo ed una donna che hanno bisogno di riconoscersi ancora, di ritrovarsi nuovi ma sempre gli stessi, non più i ragazzi e giovani sposi che si erano innamorati sulle spiagge di Itaca quasi tremila e trecento anni fa.

Itaca è una pietra conficcata nel cuore, lo ripete più volte Ulisse, in napoletano, seguendo una scelta registica che lo fa più uomo, più vicino allo spettatore. Lo spettacolo è un lungo discorso, un monologo che diventa interrogatorio, scambio continuo da Penelope ad Ulisse e viceversa. Un discorso fatto di mimo, di gesti precisi e pesati, una lotta d’amore, lunga effusione e litigio tra gli amanti ritrovati.

Resta la domanda: qual è la tua Itaca? Una domanda che passa da Ulisse a Penelope e dagli attori in scena agli spettatori. Ed Itala e ciò per cui vale la pena aspettare, attendere, ad-tendere, tendere verso e non restare fermi. Itaca è il sogno, in centro dell’Ellade sconfitta e sfiancata dalla lotta per Elena che, in fondo, non restituisce vincitori. Ma alla fine restano Ulisse e Penelope, resta Itala, qualcosa per cui vale la pena attendere – che è ancora più che amare – di là dal mare e di qua dal cuore.

Stasera andateci a teatro. Ne vale davvero la pena.

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