NAPOLI – Nel novembre 2005 nasce La Corte della Formica,il primo festival di corti teatrali ideato e realizzato a Napoli, prodotto da “Teatro a Vapore” .

Dopo dieci edizioni, una pausa, e una ripresa parziale, ritorna, ora, con una nuova egida, Aries Teatro ed eventi, ed un nuovo (in parte) nome: I Corti della Formica. Nuovo anche lo spazio che la ospita, il TRAM, luogo ideale per far nascere ed incontrare quel teatro artigianale, che forse rappresenta l’ultima possibilità che ci resta per far vivere un’arte fagocitata dall’industrializzazione e dalle leggi di un mercato che l’hanno completamente snaturato.

La novità più grande, però, di questa dodicesima edizione, riguarda la composizione della giuria: sei studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, selezionati grazie alla collaborazione con il M° Luigi Filamore, su suggerimento dei loro insegnanti, vedranno, commenteranno e giudicheranno, coadiuvati da un giornalista o da un esperto di teatro che farà loro da tutor, i dodici corti in gara, e sceglieranno i vincitori dei premi per il miglior corto, miglior testo, miglior regia, miglior attore e miglior attrice. Questi i nomi dei giovani giurati e le scuole di appartenenza: Elisa Apreda (ISIS Casanova), Michele Boccia (Liceo Classico Vittorio Emanuele), Salvatore Cerella (Liceo Classico Vittorio Emanuele), Greta Esposito (Liceo Classico Genovesi), Emanuela Pennino (ISIS Casanova) Valeria Maria Varriale (Liceo Scienze Umane Genovesi).

Altri premi saranno attribuiti dalla direzione artistica del TRAM (allo spettacolo più innovativo), dal direttore artistico del Positano Teatro Festival, Gerardo D’Andrea che sceglierà uno o più corti da promuovere in una serata speciale del festival e dalla giuria popolare costituita dai possessori della FormiCard, che permette l’accesso a tutte e sei le serate.

Il tema che abbiamo voluto proporre agli autori che partecipano quest’anno è quanto mai, purtroppo, d’attualità. Guerra e Pace. Ancora una volta, però, ci troviamo a declinare la traccia in una serie di accezioni che ci riportano a spaziare nei contenuti e negli stili, trovandoci di fronte a dodici mini-spettacoli che ci offrono, per venti minuti ognuno, la possibilità di riflettere, emozionarci, conoscerci, amare e divertirci, come solo il teatro sa fare.

Quest’anno, partner della manifestazione è la MEDIAMORPHOSYS, una nuova azienda operante nella distribuzione via Internet di contenuti di intrattenimento. A capo è molto di più: fa della diffusione dello spettacolo e della cultura il proprio core. Spettacolo, quindi, ma anche interviste, concerti, speciali di approfondimento ed esclusive, documentari, serie e progetti editoriali. “Ho sempre letto il quotidiano Alla rovescia: dalle pagine culturali alla cronaca” – commenta Antonio Gargiulo l’ideatore del progetto – “ ed ho sempre avuto la necessità di dare e avere attorno a me più spazio per quelle tematiche, di cui l’Italia è maestra ed esportatrice”. L’idea, continua Gargiulo, non è stata quella di rendere multimediale la cultura-già lo è senza fatica interne. La scommessa e nel far permeare il mondo dello spettacolo e delle tradizioni artistiche nell’universo newmediale.   

 Ne VEDRETE delle belle, alcune bellissime, molte sicuramente uniche!

 

 

 

MARTEDÌ 17 OTTOBRE

ORE 21,00

DIETRO LA CASA di Sharon Amato

con Anna Bocchino, Clara Bocchino, Gianluca Cangiano, Emanuele D’Errico, Claudia Scura

assistente alla regia Sharon Amato  musiche Mario Autore  progetto visivo Mario Autore, Federica Pirone, Filippo Stasi

regia Mario Autore

SINOSSI  – Dietro la casa è un frammento della storia di un uomo, un Pittore che ha perso la vista ed è attaccato al suo passato, alla sua casa, che per non riesce a ricordare con serenità, fino a quando un giorno, i suoi pennelli immaginari si oppongono alla sua volontà di dipingere un quadro nero e lo aiuteranno a scavare in quella memoria. Il Pittore, preso il coraggio di andare a fondo e restare più a lungo possibile in quei neri ricordi, si ritroverà davanti alla realtà che aveva rimosso. La sua casa, immersa nella natura della ValBassa, capiamo essere stata distrutta dai roghi tossici e dalla costruzione edilizia invasiva per mano di due goffissimi uomini portatori dell’orrido e della distruzione in nome dell’arricchimento spietato. I due goffi sono CapaBassa e BassaCapa, l’uno presidente dell’imprenditoria, l’altro presidente dell’economia. Questi due orrendi soggetti altro non sono che la personificazione, prodotta dalla stessa fantasia del Pittore, delle cause che hanno distrutto la sua casa e hanno reso insopportabile il suo passato. Sarà proprio l’attraversamento di questo ricordo, il coraggioso esplorare ci che c’è dietro il nero che abita il cuore del pittore, a rivelargli l’unica via di liberazione.

 

7 CARTELLI di Massimo Rosa

con Adelaide Oliano

disegno luci Massimo Rosa/Libero De Martino

regia e scena Massimo Rosa/Adelaide Oliano

SINOSSI  – “A dodici anni, c’avia i capiddi neri neri intrecciati, le mani sempre fredde, un fermaglio giallo a mantenere e una paura fottuta del fuoco che nessuno si spiegava. Il pomeriggio, quando non ero presa dalle cose mie, facevo sempre una passeggiata lunga così, tanto per vedere tutte cose. E una volta, che fece pioggia all’improvviso da un sole mortale, tornai a casa prima e … …”

E tutto quello che succede è commedia vera, un susseguirsi di gioie e dolori che Flora racconta fiera, senza nascondersi dietro l’opportunità di essere sola, senza nessuno che possa contraddirla e punto … punto finale

NOTE DI REGIA  – A cinquant’anni, Flora racconta la sua vita, ne accetta da subito il risultato finale e masticando un cioccolatino dopo l’altro per ricordarsi di essere stata una bambina, si diverte e pare aver capito solo qualche giorno fa di essere stata usata dal destino.

La violenza nelle case, le donne usate, il contesto sociale, i colori della gioia, i rumori dell’amore, il ritmo e la poesia. E poi ancora: i rimpianti, le cose serie, il giudizio della gente, le stravaganze, il futuro negato e l’omicidio … Flora racconta, sfiora tutto senza mettere bene a fuoco, semplicemente, “ogni cosa che incontra”. In fondo, quando tutto è definito, ci si comincia ad applicare troppo, si mette a nudo la semplicità della conquista e dove non ci sono orrori ma solo divertenti ammanchi, cominciamo a far nascere imperfezioni, cattivi odori e ci dimentichiamo quanto sono essenziali le generose sviste.

 

 

MERCOLEDÌ 18 OTTOBRE

ORE 21,00

L’ALTALENA AL BUIO di Raimonda Maraviglia

con Umberto Salvato

costumi Martina Sterlino

regia Raimonda Maraviglia

SINOSSI  – Adriano è un uomo di 35 anni con forti disturbi relazionali che sfociano in folli perversioni. La sua “compagna” è Elena, una bambola gonfiabile, che egli sente di amare e con cui crede di avere una relazione stabile ormai da anni. Il senso di inadeguatezza e di oppressione che nella sua vita lo hanno portato a ad una forte dispercezione e scontattamento dalla realtà sfociano in atti di profonda violenza nei confronti della bambola gonfiabile che Adriano fa diventare simbolo e portavoce di tutto il contesto, tutto l’ecosistema, che lungo la sua vita lo ha schiacciato e in qualche modo allontanato dalla sua reale natura fragile e introversa.  Tornando indietro nel tempo si incontreranno tutti i protagonisti della vita di Adriano: una madre disattenta ed eccentrica, un padre prepotente e senza alcuna delicatezza, un maestro, una fidanzata, un docente universitario. Ognuno di loro, seppur talvolta mosso non da sentimenti negativi, ha preso parte allo sfaldamento di un individuo, Adriano appunto, il quale essendo privato dell’essere visto e accolto, privato di un’autentica e profonda comunicazione, privato dell’essere amato per ciò che realmente è, si ritroverà a perdersi, a comprimersi, fino a non riuscire più a contenere la sua rabbia e il suo dolore, che non riuscendo a percepire declinerà in profonda e totale perversione.  Le sottili ambiguità, i silenziosi ricatti morali, i percorsi obbligati, le costrizioni comportamentali, le continue mancanze di tatto, i modelli sociali da dover seguire, tutto questo, condurranno lentamente Adriano a diventare quello che comunemente potremmo definire “un mostro”. Solo dopo aver seguito Adriano lungo la sua vita, solo dopo averne scoperto gli ingranaggi nascosti, lo ritroveremo alla fine, all’apice della sua follia, sofferente come non mai. Il suo dolore per l’amore non ricambiato di Elena lo porteranno ad ucciderla, lei, una bambola gonfiabile, l’unica da cui non si era sentito mai svilito, giudicato, l’unica con la quale dopo i trent’anni, era riuscito ad istaurare una relazione.

NOTE DI REGIA  – “Cos’è un mostro?” Un “mostro” è un individuo che minaccia la nostra società e la lede, incurante degli altri. I violenti, i criminali, tutti coloro che istintivamente fanno nascere un senso di disprezzo e orrore negli altri, quelli che vanno tenuti lontani dalla nostra realtà perché la rovinano rendendola ogni giorno pericolosa, terrificante e minacciosa, quelli che vanno rinchiusi perché la loro libertà segnerebbe la fine della nostra. Ma la domanda ” Chi è un mostro?” genera altre domande. “Da dove viene il mostro?” “È poi così lontano da ciò che noi siamo?” Se tutti coltivassimo presenza e tensione verso tutti, in modo sano e consapevole, se avessimo la percezione che ogni parola, gesto, suono della voce, atteggiamento o azione seppure piccola sia un continuo influenzare e forgiare l’altro, il mondo sarebbe ancora popolato di mostri?  Molti conflitti, da quelli relazionali del microsistema di un individuo a quelli geopolitici del macrosistema delle Nazioni e dei popoli, forse nascono proprio dall’incapacità di valutare le conseguenze retroattive che ogni azione produce su chi l’ha generata. C’è in ognuno l’innata, banalizzante necessità di valutare un’azione semplicemente come giusta o sbagliata e nel secondo caso nel volervi porre rimedio soltanto tramite una censura, una punizione o una eliminazione fisica. Resta però il fatto che la gran parte dei mostri nascono dalle nostre mostruosità, delle quali quasi mai ci si rende conto.

 

JUORNE di Diego Sommaripa

con Chiara Vitiello

audio / luci Tommaso Vitiello  grafica Daniela Molisso  scene  Resistenza Teatro

regia Diego Sommaripa

NOTE DI REGIA  La Messa in scena che ho pensato per lo spettacolo sarà Minimalista per le esigenze del festival ma anche perché voglio dare spazio al peso specifico delle Parole, Una Regia che lavorerà per il testo e per l’attrice. Testualmente Ci Saranno tre momenti o quadri : Casa – assistente sociale – / flash back / Tribunale , ma in un unico ambiente la casa, ho pensato cosi di far “ vivere “ tre sedie, per dividere i tre quadri , lasciando sullo sfondo un altarino ( il figlio disabile ) a ricordare la pietà di Michelangelo. Spazio quindi alla Parola , al peso, ovvero al Chiummo delle parole, che poi si trasformano in vita.

 

SINOSSI  È un trip viscerale e onirico, Scritto in più versioni, in più anni dove oggi finalmente trovo il “ coraggio “ e spero il guizzo giusto per una messa in scena.  Non è stato facile fino ad ora perché in JUORNE tratto il tema della disabilità, un tema a me vicino, un tema che scotta ma che anche per questo sento di poter toccare qualche corda inaspettata.

La Vicenda in un flusso di parole porta l’attenzione su una Donna, una Madre, che non appena scopre d’essere in cinta viene lasciata dal marito, la coppia già era alla fine della loro storia causa volontà diverse : la Madre Voleva il bambino , il Padre no , ed intanto il Bambino tardava ad arrivare… poi l’arrivo ed il successivo sgretolamento familiare.

Il Bambino nasce disabile, non racconteremo il tipo di disabilità , ma la Guerra giornaliera ed il peso che ha questa donna sola nel far crescere questo bambino.  A questa guerra sarà contrapposta la Pace ovvero l’amore per il figlio, amore smisurato, il quale porterà conseguenze irreparabili.  JUORNE è una storia di Rapporti, che si creano, si formano, si rompono, si contorcono, ed anche se si tratta di un monologo e la vicenda si svolge in un solo ambiente grazie ai racconti e ad peso delle parole vivremo i giorni d’amore e d’odio del Rapporto Madre/Figlio, Madre/Padre, Madre/Stato.  La protagonista è di Salerno ed ho amato riscoprire le poesie del Salernitano Alfonso Gatto , in alcuni Punti inoltre, in particolare sul Rapporto Madre/Padre in un passaggio testuale mi sono lasciato ispirare da Garcia Lorca e dal suo Immenso e senza Tempo “ Yerma “

 

 

GIOVEDÌ 19 OTTOBRE

ORE 21,00

AL BUIO di Vittorio Passaro

con Francesco Saverio Esposito e Marco Serra

allestimento Movimento in-Stabile di Tradizione

regia  Vittorio Passaro

SINOSSI  – Siamo al buio, in futuro, non molto lontano, in cui kamikaze e attacchi terroristici sono ancor più all’ordine del giorno. Un uomo, Simon, entra in un ufficio, per ripararsi degli eventi esterni. Qui incontra un altro fuggitivo, Gabriel. I due cominciano a discutere dei sistemi della vita e a scambiarsi opinioni a riguardo; e lo fanno completamente al buio.

Al buio delle loro identità, al buio dei loro segreti, al buio di una stanza che solo per il momento pare sicura. Il dialogo prende varie forme e strade, fino a diventare: convinzione di una morte certa, certezza di una speranza assente, motivo dei due di suicidio.

Con un colpo di scena sul finale, che vuole lasciare nello spettatore l’aspra verità su un mondo che va a rotoli, su una distrazione generale che ormai si è tramutata in un vero, profondo e crude disagio.

NOTE DI REGIA  – Due attori, completamente al buio, con il solo ausilio di due torce; una luce che arriverà solo sul finale, a portare soluzioni a quesiti importanti, che ci riguardano ormai sempre più da vicino, ma sui quali, forse, non ci soffermiamo più di tanto.

Un corto, al buio, con un disegno luci praticamente estemporaneo, messo tra le abili mani di due attori. Una scena ridotta al minimo: ad un quadrato, minuscolo spazio vitale dove avviene una vera e propria lotta per la difesa del genere umano. Un vero e proprio ring, per scoprire dov’è quella linea sottile, che separa l’uomo dal suo essere animale e fino a che punto l’uomo desidera superarla.

628,7 STORIA DI GUERRA IN TEMPO DI PACE di Daniele Acerra

con Franco Nappi

regia Daniele Acerra

Come si percepiscono le distanze? Ci danno una mano gli astri che ogni sera vediamo lontani in maniera inimmaginabile. Eppure, il mondo in cui viviamo, non riusciamo a vederlo se non entro uno spazio limitato. Se infuria una guerra poco distante, noi potremmo non accorgercene. Ma se questa stessa guerra dovesse entrare a far parte del nostro campo di percezione, in un modo o nell’altro, sarebbe diverso? Ecco, è sempre questione di prospettive.

Marzo 2011: infuria la guerra in Libia e i cacciabombardieri europei attraversano l’Italia per arrivare a colpire le postazioni lealiste. Sotto le rotte di quegli aerei c’è un “adolescente banale”, che tutto vuole tranne che preoccuparsi di una guerra in un mondo lontano. Ma la lontananza non è questione di chilometri. Lo ha imparato osservando le stelle: 628,7 milioni di chilometri possono sembrarti un niente se quello che guardi è grande come Giove. Tra le stelle, un giorno, molto più vicino e nel momento meno appropriato, quello che vede è proprio la linea disegnata da un aereo che sa diretto alla guerra. E se per un istante, un solo piccolo istante, i nostri pensieri si intersecassero con quelle traiettorie?

Sono passati anni da quel giorno ed egli ricorda che quella sera il suo pensiero voleva essere solo la ragazza che lo aveva invitato ad uscire. Ed invece la guerra ha colpito anche lui, in modo particolare, attraverso i bagliori della sera, togliendogli la spensieratezza di un amore giovanile. Di colpo, la tragicità degli eventi, che gli sembravano più lontani di un pianeta, gli è piombata nella testa con il rombo di un motore. Non potrà più ignorare quali sono le distanze reali del mondo in cui vive.

 

 

VENERDÌ 20 OTTOBRE

ORE 21,00

E’ SOLO UNA PARTITA di Michele Baiano

con Chiara Esposito   Giuliano Casaburi

regia Noemi Giulia Fabiano

SINOSSI: Guerra e Pace sono forse i più vecchi nemici della storia umana e sicuramente quelli che hanno combattuto più aspramente nel corso dei secoli, ma cosa accadrebbe se dopo tanti anni di lunghe battaglie nessuno fosse riuscito a vincere, se nessuno dei due, giunta la fine dell’umanità, fosse riuscito a dominare sul mondo? Una partita a scacchi sarebbe un toccasana per i due rivali, mai nemici, in cerca di rivalsa l’uno sull’altra. Eppure, se la fine fosse imminente e non fossero sicuri di riuscire a “sopravvivere” all’umanità e finire così la partita, cosa sarebbero disposti a fare?

NOTE DI REGIA: In una stanza stracolma di giochi di ogni tipo (giochi da tavolo, carte, pupazzi, bambolotti…) vi sono due anziani signori, un uomo ed una donna che conducono una partita a scacchi. In proscenio vi è un castello rosa di Barbie corredato di mille accessori, allegoria di un lato, quello che meglio conosciamo, dell’umanità.

La donna seduta al tavolino è compita, candida e dotata di un elegante senso dell’humor, mentre lui è un burlone, maldestro nel barare e con una recondita fobia per il buio.

In quella pensione / asilo daranno vita ai loro pensieri prima della loro consapevole, e presunta, fine. Il ritmo incalzante e la cornice surreale permetteranno ai personaggi di farsi più umani del vero, esempi di un’umanità bambina, conflittuale, che non vuole crescere.

ECUBA: INVOCAZIONE di Iolanda Schioppi

con Iolanda Schioppi

regia Umberto Salvato

Il monologo Ecuba: Invocazione ha come intento quello di reinterpretare in chiave contemporanea e in lingua napoletana, il personaggio di Ecuba, tratto da Troiane di Euripide.  Nel testo originale la protagonista, durante la guerra tra gli Achei e i Troiani, è la regina lesa nella sua dignità. Sterminati tutti gli uomini della sua vita è resa schiava insieme alle altre Troiane ma dopo svariati interrogativi rivolti alle divinità, capirà che la sua fine è ben peggiore di quanto immaginava.

Il lavoro di riscrittura è invece una sperimentazione che scava nelle radici dell’uomo e del mito, il quale diventa attuale attraverso il teatro, inserendosi in un tessuto contemporaneo lì dove Ecuba ha la facoltà di muoversi liberamente in un’ambientazione più vicina alla sensibilità di noi uomini del terzo millennio. Potenza musicale delle parole e impeto viscerale, sono solo alcune delle caratteristiche di Ecuba che si palesano grazie anche all’utilizzo della lingua napoletana. Ecuba vive nei Quartieri di Napoli e dalle sue parole si intuisce che è stata partorita da questi luoghi poiché ne assorbe tutte le peculiarità, i sapori, gli odori, le problematiche, le amarezze della vita. E’ un uomo, una donna, un trans, nemmeno lei sa cosa sia diventata; vecchia puttana di un lurido bordello? Per lei, anche lo squillare di un telefono potrebbe trasformarsi in triste tragedia.

Maltrattata, ultima latrina di una casa chiusa ma allo stesso tempo fiera amazzone del luogo lì dove è cresciuta e con il quale vuole morire mischiandosi tra terra, carne e amore, poiché dinanzi all’infamia della sciagura, l’unica salvezza sembra essere una fine dignitosa.

 

 

SABATO 21 OTTOBRE

ORE 18,30

QUESTIONE DI CENTESIMI di Pasquale Faraco

con Pasquale Faraco

regia MaF – Massa a Fuoco

MOTIVAZIONE  – L’opera nasce dai ricordi personali -dai racconti cioè che mio padre, per un periodo di sua vita operaio Alfa Sud di Pomigliano, mi faceva della fabbrica -integrati a loro volta dalla cronaca di come il lavoro sta cambiando, soprattutto in fabbrica, con questa nuova metrica imposta dal capitale, la stessa che si pratica in Amazon…

Alla fine l’opera mi ha posto una domanda: in questa nuova guerra di classe, che dobbiamo fare per trovare un po’ di pace? Forse iniziare a pensare che si tratti davvero di una guerra e tornare ad essere come guerrieri antichi. Ma siamo innanzitutto disposti a staccarci dal “lavoro”?  Il testo è dedicato a Maria Baratto operaia FIAT ma prima ancora donna e guerriera…

 

SINOSSI – Un operaio della Fiat di Pomigliano per distrarsi dai nuovi ritmi di lavoro degni di una guerra, rievoca: il compagno di lavoro “comunista”, la moglie, il padre operaio e lettore di Omero; finché il ricordo di un’estate al mare proprio con suo padre, gli farà balenare una via di fuga da questa neo-schiavitù in cui siamo tutti un po’ imprigionati: la possibilità di tornare ad essere un guerriero sannita: perché come diceva suo padre siamo tutti il concentrato di milioni di anni di vita umana.

NOTE DI REGIA – Una luce dall’alto illumina fiocamente il protagonista seduto su uno sgabello girevole, come fosse la luce che penetra attraverso una grata in una prigione sotterranea.La luce aumenterà di intensità via via nel corso del monologo.

I gesti sono precisi, misurati, contingentati: Riccardo inizia a muovere gli occhi da destra a sinistra e da sinistra a destra e poi via via tutto il corpo che a volte peròpare ribellarsi a questo ritmo preciso misurato contingentato, sempre uguale.

La sua contraddizione interiore, a favore della fabbrica per la paura di perdere il lavoro e contro la fabbrica per i ritmi infernali e l’alienazione conseguente, avrà in un corrispettivo nei suo movimenti fisici, a partire dal movimento da dx a sx e viceversa: il personaggio dovrà apparire come uno dei protagonisti delle tele di Bacon, in cui il movimento quasi “a vite”, da fermo, rappresenta la volontà del soggetto di sciogliersi da un blocco ineluttabile e ineludibile: una grande dimostrazione di vitalità.

Nel suo racconto, il personaggio rompendo quel movimento coattivo, impersonerà i vari personaggi che popolano la sua esistenza (il suo collega Gennaro, la moglie, il padre), a volte raccontandosi in terza persona, come conseguenza della sua stessa alienazione lavorativa (e se questo raccontarsi come cosa altra, potesse essere l’inizio di una consapevolezza? Partire dalla stessa alienazione per…). Egli infatti penetrerà nel suo racconto come l’alienazione è penetrata nella sua esistenza, come la parola penetra il corpo ed è dal corpo rilanciata; fino al tentativo finale, quello cioè di rompere le catene attraverso un assurdo, müncchausiano viaggio nel tempo, forte della convinzione paterna che in ciascuno di noi ci sono <<milioni di di anni di vita umana>>.

A quel punto Riccardo riuscirà a rompere il ritmo e a ruotare all’incontrario, quasi a esplorare un nuovo paesaggio, un nuovo punto di vista. Sarà a questo punto che a luce avrà assunto una tale intensità da trasfigurare il personaggio sul palco, finché a poco a poco e di nuovo la rotazione tornerà quella solita e così l’illuminazione… lasciando però un barlume di speranza, nelle parole del protagonista che pronuncia la parola <<ancora!>>, alla fine, come una volontà indomita di mordere le catene dell’alienazione.

 

TUM di Francesco Ferraro

con Simone Mazzella   Maria Francesca Duilio

regia Salvatore Cutrì

SINOSSI  TUM racconta la breve e dolorosa parabola esistenziale di Paco e Katy, due giovani che, prima di gettarsi in mare, ripercorrono con una lucidità spietata la vita che insieme hanno deciso di lasciare. Attraverso un linguaggio crudo e alienato, Paco e Katy ci raccontano la loro adolescenza intrisa di brutalità e soprusi familiari, la solitudine e la rabbia contro sé stessi della prima età adulta e il desiderio di riscatto che sembra destinato a fallire senza scampo. Paco e Katy presentano il conto, un conto fin troppo salato, alla provincia, reale e simbolica, in cui la società li ha costretti ad annaspare, alla ricerca di un altrove migliore, ma senza nome e sempre più distante.

NOTE DI REGIA  Sipario. Guerra. La guerra che Paco e Katy combattono ogni giorno, soldati della propria vita. L’idea di regia nasce dalla volontà di portare i due protagonisti sulla spiaggia dei bilanci. Sono due ventenni, miei coetanei. La sabbia scotta così come scottano i ricordi. Il testo è crudo, masticato dagli attori a microfono. Verso il bagnasciuga, l’acqua è gelida, la vita quotidiana pure. Il ritmo cresce, sono in acqua. Una generazione, la mia, che si allontana da riva senza appigli, senza salvagente. TUM, il rumore che i protagonisti hanno in testa, TUM, i pugni del padre di Paco, TUM, il bambino scalcia nella pancia di Katy, TUM, ogni battito del cuore, TUM TUM TUM! Cosa nasconde la normalità? Si può in venti minuti vomitare il dolore, affogarlo? Uno studio che vuole indagare il peso dei ricordi in età post adolescenziale. Una messa in scena dove la staticità dei protagonisti, attraversati da un presente troppo veloce, dalla mania del fare, dal desiderio di salvezza, lascia che le emozioni spruzzino fuori come acqua bollente da un geyser. Un pugno allo stomaco. La mano di Katy cerca quella di Paco. La fine. La pace.

 

 

 

DOMENICA 21 OTTOBRE

ORE 21,00

IL MAMMONE di Eva De Rosa

con Eva De Rosa, Adelaide Oliano e Salvatore Stellaro

scenografia Subeventi Pompei

regia Eva De Rosa/Adelaide Oliano

Il Mammone, primo episodio dalla trilogia “Dov’è finito il Principe Azzurro” è un Atto Unico attraverso il quale si delinea in modo brillante, una sorta di identikit per meglio riuscire ad identificare, l’uomo pericoloso che usa violenza psicologia e/o fisica su una donna.  Attraverso varie esperienze (associazioni antiviolenza, supporto vittime e volontariato), ad un certo punto, dentro di me, è nata l’esigenza di fare qualcosa, non solo per le vittime che subivano violenza, ma soprattutto di trovare un modo per allertare, istruire e proteggere le donne, affinché mai più, cadessero nelle mani sbagliate.

Note di regia:  Nel racconto la Vittima Francesca subisce violenza psicologica da parte di Paolo, suo carnefice, a cui simpaticamente ho dato il nome di “MAMMONE”, perché nella sua malattia è un uomo a cui manca la maturità, l’essere adulto, un adolescente quindi, che più che una compagna cerca una mamma.

ACQUA SPORCA regia  Bruno Barone

con Francesca Romana Bergamo

aiuto regia Vittorio Passaro    movimenti coreografici Francesco Capuano

regia  Bruno Barone

Una donna nuda sul fondo della scena, dal suo ombelico un lungo drappo scivola morbido sul palco fino ad arrivare ad un grande recipiente di terracotta pieno di argilla e acqua sporca. È il simbolo della mancanza di acqua e delle difficoltà per approvvigionarsene. Un’acqua infetta, portatrice di sopravvivenza e morte. Dietro tutto il legame viscerale a una madre terra che risucchia i suoi figli, che a loro volta dimenticano i propri fratelli. Questo il retroscena di una guerra ancestrale: quella tra l’uomo e la natura e quella tra l’uomo e il suo simile. Acqua Sporca traccia questi segni sulla pelle della sua protagonista: una donna, i suoi ricordi, le sue difficoltà e la lunga lotta per non cedere ad una terra crudele, alla quale deciderà di abbandonarsi.

Il lavoro è nato in occasione di un evento dedicato a Save the Children.

NOTE DI REGIA  AcquaSporca è un lavoro nato in occasione di un evento Save the Children e racconta testimonianze vere di donne della zona Sub Sahariana dell’Africa. Donne vere, con le loro storie. Da qui la prima complessità del testo, nel cercare di non cadere nella trappola della retorica. L’obiettivo che si intende raggiungere con il lavoro è stimolare l’empatia dello spettatore e la sua capacità di autoimmedesimazione. Ecco perché si è puntato a parlare un linguaggio più simbolico ed universale, fatto più di emozioni, azioni ed ambientazioni che di parole. Abbiamo evitato qualsiasi intervento nozionistico e informativo riguardante la situazione africana.

Sempre su questa linea si è deciso di scegliere un’interprete dai colori chiari, proprio per rendere un’immagine universale, per mostrare come questo problema possa e debba essere vissuto come un problema di tutti e non relegato semplicemente alle etnie africane.  La sua purezza sarà violata dal fango di quell’acqua che, come un virus, sporcherà e contaminerà le sue membra.

Molti simboli sono stati scelti per narrare questo racconto. La scelta del recipiente a forma sferica, richiama la terra; la donna legata inscindibilmente ad essa da un lungo cordone ombelicale; un cordone che diverrà figlio – anch’esso strettamente connesso alla sua madre e alla terra – e simbolo dell’incessante lotta per la sopravvivenza.  L’intera narrazione procede per immagini, attingendo anche all’immaginario occidentale. Ecco, allora, che la donna sopraffatta dalla Madre e completamente avvolta dal suo cordone, apparirà come un Cristo velato. È il simbolo del sacrificio di un popolo dimenticato e abbandonato dai propri fratelli e di un mondo totalmente indifferente alla loro sofferenza.  Per ciò che concerne il linguaggio scelto, la pièce utilizza due codici: una prima parte evocativo-musicale per indurre nello spettatore più un’emozione, un’apertura, più che un ragionamento; un secondo momento più discorsivo per rappresentare le testimonianze delle donne raccolte da Save the Children. La conclusione si riappropria di un linguaggio simbolico, che va ad evocare quasi una preghiera.  Il finale coinvolge anche il pubblico, per stimolare la percezione che un semplice gesto può servire ad interrompere questa catena di morte e di guerre per lo sfruttamento di risorse e persone: ogni spettatore potrà riempire un bicchiere con dell’acqua pulita e andarlo a sversare nell’anfora, donando nuova vita alla protagonista, che finalmente potrà bere e purificare la sua pelle.

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