La musica può travolgere con la forza del suono, ma anche conquistare con la leggerezza di un respiro. È questa la cifra della serata che ha visto protagonista l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai al Ravello Festival, diretta da Emmanuel Tjeknavorian, sul palcoscenico sospeso del Belvedere di Villa Rufolo. Un concerto costruito come un viaggio, nel quale la spettacolarità non è mai stata fine a sé stessa ma sempre al servizio del racconto musicale, lasciando emergere una tavolozza di colori orchestrali di rara eleganza.

Un direttore che scolpisce il suono

Emmanuel Tjeknavorian conferma una personalità musicale ormai pienamente matura. Il gesto è essenziale, mai teatrale, ma capace di ottenere dall’Orchestra della Rai una risposta immediata, compatta e insieme estremamente flessibile. L’impressione costante è quella di un direttore che preferisce modellare il suono dall’interno, privilegiando il respiro delle frasi e l’equilibrio fra le sezioni piuttosto che l’effetto esteriore.

La compagine torinese risponde con una prova di altissimo livello, mettendo in mostra precisione tecnica, brillantezza timbrica e una straordinaria capacità di passare dalle esplosioni orchestrali ai pianissimi più impalpabili senza perdere compattezza.

Il fascino orientale di Gayaneh

La suite ricavata dal balletto Gayaneh di Aram Chačaturjan, preparata dallo stesso Tjeknavorian, ha aperto la serata con una lettura ricca di contrasti. La celeberrima Danza delle sciabole è esplosa con tutta la sua energia ritmica, ma il momento più convincente è arrivato proprio nelle pagine meno conosciute.

La Ninnananna, il Risveglio e danza di Aisha e l’Adagio tratto da Spartacus hanno mostrato un’altra anima del compositore armeno: melodie sospese, archi morbidi, fiati dal fraseggio elegantissimo e una ricerca continua del colore. Qui il direttore ha saputo dilatare il tempo senza mai appesantire il discorso musicale, lasciando che ogni linea emergesse con naturalezza.

I “Quadri” come un viaggio nella fantasia

La seconda parte era affidata ai Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij nell’orchestrazione di Maurice Ravel, autentico banco di prova per qualsiasi orchestra sinfonica.

Fin dalla prima Promenade, Tjeknavorian ha scelto una narrazione fluida, evitando ogni monumentalità eccessiva. Ogni quadro è apparso come una scena teatrale perfettamente caratterizzata: il grottesco di Gnomus, la malinconia sospesa de Il vecchio castello, la leggerezza infantile di Tuileries, la pesante avanzata di Bydło, fino alla brillante ironia del Ballet des poussins dans leurs coques.

Particolarmente riuscito il contrasto fra il severo Samuel Goldenberg und Schmuyle e la concitazione di Limoges – Le Marché, prima dell’improvvisa immersione nell’oscurità di Catacombae e della mistica trasformazione di Cum mortuis in lingua mortua.

Una Grande Porta di Kiev costruita senza enfasi

Il culmine emotivo è arrivato naturalmente con La grande porta di Kiev, affrontata senza cedere alla tentazione dell’enfasi facile. Il crescendo finale è stato costruito con pazienza, lasciando che la tensione si accumulasse progressivamente fino all’esplosione conclusiva delle campane orchestrali.

Più che impressionare per il volume sonoro, l’Orchestra della Rai ha colpito per la chiarezza delle linee, la ricchezza delle sfumature e la perfetta tenuta dell’insieme, trasformando il finale in un’autentica celebrazione della forza evocativa della musica.

Un pubblico conquistato dalla qualità

Al termine della serata il pubblico del Ravello Festival ha salutato con un lungo e caloroso applauso una delle esecuzioni sinfoniche più convincenti dell’edizione. Un concerto capace di coniugare spettacolarità e raffinatezza, energia e introspezione, dimostrando come il repertorio di Chačaturjan e Musorgskij possa ancora sorprendere quando viene affrontato con intelligenza interpretativa, attenzione al dettaglio e autentico senso del racconto musicale.

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