RAVELLO (SALERNO) – Ci sono concerti che impressionano per il virtuosismo e altri che conquistano per la loro capacità di trasformare il suono in racconto. Il recital che Jan Lisiecki ha offerto al Belvedere di Villa Rufolo, nell’ambito del Ravello Festival 2026, appartiene senza esitazione alla seconda categoria: un’esperienza musicale che ha fatto dimenticare la difficoltà della scrittura pianistica per lasciare emergere soltanto la naturalezza del gesto, la poesia del fraseggio e un’idea di danza che non è mai stata mera esibizione ritmica, ma linguaggio universale.

Con il programma World (of) Dance, il pianista canadese ha costruito un itinerario che ha attraversato quasi un secolo e mezzo di musica e un’intera geografia culturale, dalla Boemia all’Argentina, passando per Spagna, Polonia, Romania e Austria. Un viaggio che – come suggeriva la nota critica di Floriana Tessitore ­– ha raccontato la danza non come genere, ma come memoria, rito, identità e trasformazione.

LA LEGGEREZZA COME FORMA DI VIRTUOSISMO

Fin dalle Tre danze ceche di Bohuslav Martinů è apparso evidente il tratto distintivo dell’interpretazione di Lisiecki: una leggerezza solo apparente. Dietro quella limpidezza si è nascosto un controllo assoluto del peso del suono, capace di restituire il carattere nervoso della scrittura senza mai irrigidirlo. Ogni frase respira, ogni accento nasce spontaneamente, senza cercare l’effetto.

È stato, però, nella musica spagnola che il pianista ha mostrato una delle sue qualità più rare: la capacità di suonare il pianoforte come se lo stesse accarezzando. Nella Danza Española n.1 di Manuel de Falla il tocco si è fatto impalpabile, quasi. Le dita hanno sfiorato i tasti più che premerli, e proprio da quella delicatezza è nata una tavolozza timbrica sorprendentemente ricca. Non v’è stata mai durezza, nemmeno nei momenti di maggiore tensione ritmica; il suono è rimasto sempre rotondo, vivo, profondamente umano.

DAL FOLKLORE ALLA MODERNITÀ

Lo stesso equilibrio ha attraversato le Quattro danze polacche di Szymanowski e le Danze popolari rumene di Bartók, dove il folklore è emerso senza alcuna ricerca di colore folcloristico superficiale. Lisiecki ha preferito raccontare la memoria piuttosto che imitare la tradizione, lasciando che fosse la qualità del fraseggio a evocare paesaggi, popoli e danze lontane.

Con le Danzas argentinas di Alberto Ginastera il recital ha cambiato improvvisamente pelle. Qui il pianista ha sfoggiato un virtuosismo scintillante, ma sempre subordinato alla costruzione musicale. La forza percussiva richiesta dalla scrittura non è mai degenerata in brutalità sonora; anche nei passaggi più esplosivi il controllo del timbro è rimasto assoluto, facendo emergere la straordinaria varietà di colori contenuta nella partitura.

IL CANTO SEGRETO DI CHOPIN E BRAHMS

Il cuore emotivo della serata è arrivato forse con Chopin e Brahms. Il Gran valzer brillante op. 18, il Valzer op. 34 n. 1 e i due Valzer op. 39 di Brahms sono diventati un raffinato dialogo tra eleganza, malinconia e introspezione. Lisiecki ha evitato ogni compiacimento salottiero, preferendo un Chopin di rara naturalezza, capace di far dimenticare la difficoltà tecnica per restituire soltanto il fluire del canto.

In questi brani si è colta la cifra interpretativa più personale del pianista canadese. Anche nei pianissimo più estremi il suono non ha perso mai consistenza; sembrava piuttosto dissolversi nell’aria, invitando il pubblico ad ascoltare quasi trattenendo il respiro. Si è avuta l’impressione che il pianoforte non venisse suonato, ma accompagnato dolcemente verso ogni nota, come se ogni tasto fosse sfiorato con una cura quasi affettuosa. Una delicatezza che non significa fragilità, bensì straordinaria forza espressiva.

DAL TANGO AL FUOCO

L’approdo al Novecento con Libertango di Piazzolla – vera punta di diamante della serata – e il Tango di Albéniz ha mostrato un altro volto dell’interprete: elegante, sensuale, mai caricaturale. Il ritmo costantemente pulsante, ma senza perdere quella cantabilità che costituisce uno dei tratti distintivi del suo pianismo.

Travolgente la Danza ritual del fuego, nella quale Lisiecki ha saputo costruire una progressione magnetica, fatta più di tensione accumulata che di volume sonoro. È stato il preludio ideale alla conclusione affidata alla monumentale Polacca op. 53 “Eroica” di Chopin, eseguita con nobiltà e slancio, evitando qualsiasi enfasi retorica. Più che un esercizio di potenza, è sembrata una grande affermazione di libertà.

IL SILENZIO CHE VALE UN APPLAUSO

Il pubblico di Villa Rufolo ha seguito il recital in un silenzio profondo – rotto solo dalla simpatia di un gatto rosso, intruso ed affascinato spettatore ai piedi della scena – come quello che nasce soltanto quando un interprete riesce a instaurare una relazione autentica con chi ascolta. Alla fine gli applausi, lunghissimi e calorosi, hanno salutato non solo un pianista tecnicamente impeccabile, ma un musicista capace di trasformare ogni pagina in un’esperienza emotiva condivisa.

In un’epoca in cui il pianismo internazionale sembra spesso misurarsi sulla velocità e sul virtuosismo, Jan Lisiecki ha ricordato che la vera grandezza può manifestarsi anche in una carezza. E proprio in quella delicatezza, nel coraggio di affidarsi al silenzio, al respiro e alla qualità infinita del suono, si è consumato il momento più alto di una serata destinata a rimanere nella memoria di chi sta assistendo agli eventi del Ravello Festival.

lascia un commento